EL SPIL RS

"Lo zoccoletto rosso"
50 poesie in dialetto bresciano con relativi disegni
a.c.m.Indipendentemente editore - Desenzano - 1999



PREFAZIONE di Vittorio Soregaroli Per magia la vita pu mutarsi in poesia. E accade che il vissuto affiori in versi del presente grazie a suoni e voci, a volte dolorose, di anni lontani: “ra de lons en pinzer silensis mes’cit a ‘n cioc de spi”. Farsi poeta seguire un itinerario intimo, percorso da risonanze ed echi, fino a lambire la fonte del mistero che ci avvolge. Quando poi il dialetto ad esprimere l’intuizione poetica, la poesia diviene lirico sentire degli umori pi vivi, genuino canto del domestico e del quotidiano, voce del vivere. Anche se, qui, l’io artistico non sempre coincide con l’io anagrafico (frequente l’enunciato in prima persona maschile quasi per un rifiuto di convenzioni omologanti -“m’ha semper fat pra embatm nel tt precs”-), essenziali e limpidi sono i ricordi, immediata l’immagine nella freschezza di emozioni colte allo stato nascente. In versi, dal fascino discreto di un’antica poesia, traspaiono, in filigrana, il profilo e l’agire dei genitori. Riconoscibile la consuetudine con la madre, sarta, nell’efficace: “cida dopo cida som dr a cser la vita”. La vita un “vistt che ve fat demenem” e sono necessari “rampini, bste e but per tgner tact en brisin d’amr”. L’anima del passato, presente nella bottega di antiquario del padre, ha lasciato in dono il “sar e la msra del temp”. E nella solitudine di conforto rannicchiarsi nel vecchio divano: “vi sta ch, enmacit ne la gnta fnda de la me utumna cia”. Il padre, che non pi, continuamente ricercato (“am te srche… en del scr am te srche”) e sempre presente (“Bub, te vde dr a vardm”). I vivi si possono ascoltare, ma il colloquio riservato ai morti (“sclte i viv” ma “prle coi mrcc”) poich la morte che accompagna il vivere: “se ns co’ la mrt cusda”. Principale nucleo ispiratore, il legame con le origini diviene memoria evocatrice di infantili evasioni. Basta un niente, il coccio di un piatto – “na ciapla” – perch riaffiori il gioco innocente. E dalla scorza delle piante “sbza fra… us de gnri scundde” quando sulla pelle “se sent el cald de altre ist”. Amaro invece il dolore nello scoprire una stanza, dall’odore acre, dove il passato rinchiuso senza speranza di ritorno. Qui si accentua il male del vivere (“chsto grop en gla”) che “a lte ra che se ‘n pl p”. Un male esistenziale accentuato da un “cincn de sula col bicr vt” . Ricompare la paura del buio e delle ombre: “de tte le bande ra umbre… le se psta col nas ai me vder… per entorcim en del scr po me”. il buio della notte. Notte insonne di una madre in apprensione per “la fer del gnaro co’ la ts” insieme allo “strangos de pra de perder per semper verg”. Un'ansia che permane anche quando i figli, crescendo, lasciano il nido. L’attesa frustrante (“gna ‘nc ‘l pust el g’ha cioct a l’s”) fino al ritorno, quando il nodo si scioglie senza pudore e la voce si fa poesia fisica per riappropriarsi di affetti carpiti da un mondo ostile: “en s le scrpe te, plver straniera, plver spurca e grsa… de pas lunt e catf”. Nuclei tematici intimi, icone familiari, microcosmi dell’io e tuttavia costante il rimando dal particolare del vivere al pi ampio universo dell’essere che tutti coinvolge e di cui l’io specchio e riflesso. La poesia metafora: sua la vocazione a tradurre in immagini il comune sentire. Se vero che “le gne, coi ram en crus, le arda el ciel, le prega” e persino la gramigna “la ra a sbz l’asflt per veder el ciel”, non sfugge il venir meno del credo religioso: “I pater… sensa us…” sono ormai “trop grv per ul ‘n ciel”. Intensa la mestizia davanti all’abbandono e all’incuria della cappella dell’Assunta: “gh’ burlt zo i quadri, gh’ ult i cp”. Ormai “l’ a sgn per ciap ‘l vul” come gli angeli dimenticati e stanchi “co’ le le strinde”, pronti ad andarsene. Solo nella natura ancora possibile cogliere il valore dell’umana vicenda e il fascino del mistero. Pur nella tempesta, il cielo e la terra festeggiano le nozze e il vento, di fronte al pino sradicato, avverte un impeto di piet: “el vl fal li s, el la sgorls” come “en pader dispert che cima ‘l fil” . Nella natura si placa il travaglio. Qui la sorgente di pacate percezioni nella consonanza di mutevoli apparenze. L’ispirazione vive di luci e colori aprendosi all’incanto: “vrde ‘l mond come ‘n ps da ‘na bcia de vder”. Ma il momento di grazia, nel transuente che trasforma ogni cosa, poi colto nel suo svanire. Della fiera, della festa, rimane un palloncino che si perde nel “ciel carnila” e della vita si vive il commiato nell’ultima carezza a una logora tovaglia: “ghe fo le care ‘n del tirga va ‘na brsa”. A vincere sempre il tempo. Di ci che stato rimane il racconto di felci e fiori che ancora ricordano “el spil rs” scivolato nell’acqua. Se n’ andato con la corrente. Se n’ andato cos, come le gioie e i dolori, se n’ andato cos, come va il tempo.

 

RASSEGNA STAMPA

  • GIORNALE DI BRESCIA del 21 GENNAIO 2000 - pag. 17
  • DIPENDE num 73 dicembre 1999 - pag. 17
  • QUATRO CIACOLE ANNO XVIII n.10 ottobre 2000 - pag. 78
  • TRIBUNA LETTERARIA ANNO X n. 60 - 4 trimestre - pag. 49