GIRA - GIRASOLE

50 poesie in dialetto bresciano con relativi disegni
a.c.m.Indipendentemente editore - Desenzano - maggio 2009


PREFAZIONE di Claudio Bedussi

Quando Velise Bonfante mi chiese la prefazione a questo libro, io sapevo gi di avere di fronte una poetessa autentica. Avevo letto, anno dopo anno, le sue stagioni poetiche. Avevo seguito l’evolversi della sua parola verso una dimensione squisitamente intima, ma mai intimistica.

Ed ora il suo mondo interiore trova in questo testo la sua naturale e piena espressione. Basta, al lettore, scorrere l’indice per capire come la poetessa abbia cercato, e felicemente trovato, nel diadema quotidiano delle piccole cose apparentemente esterne a s, proprio il rapporto e l’occasione per esprimere l’intimo s.

Basta una tazzina spaiata di caff, unica sopravvissuta di un servizio a sei, per dare la stura a sorridenti confronti, a gustose, ma anche malinconiche riflessioni, per avvertire tutto il senso del tempo perduto, il gusto e l’aroma del tempo andato. Un ferro da stiro che ormai ha poco da lavorare occasione di sentenze intense e vere. Un semino di cocomero ritrovato sul pavimento, dietro un tavolino, in un grigio giorno d’autunno, d inizio ad un delicatissimo dialogo dove l’allegoria dei giorni che fuggono viene rinchiusa in una minuscola scatolina, col semino dentro “per accendere domani / l’inverno dei giorni grigi / col fuoco dell’estate”.

Cos un tappeto diviene l’ordito e la trama di “tutti quei fili nascosti / che ancora germogliano nel cuore” e intesserlo significa il brulicante lavorio di una vita e dell’amore per la vita.

Non manca l’angoscia che prende tutti, e la poetessa per prima, di fronte al vento dei giorni che tutto cancella. Di fronte alla “morte che ha il mantello di neve / copre tutto, / non resta niente”, nemmeno la neve alla fine.

Non mancano neppure le domande che tutti si pongono, sul senso di questo vivere, che sfugge alla logica umana: “Tempo, perch solo fino qui?!”. Interrogativi semplici, ma ineludibili, che la poetessa dipana con una grazia squisitamente femminile, e con una forza da madre degli uomini e della terra.

In questo, il dialetto, pienamente compenetrato nei moduli espressivi di Velise Bonfante, addirittura esistenzialmente lingua madre, lingua padre e lingua sorella della poetessa, la sorregge ampiamente. Certe parole nate in bresciano e non traducibili, certe espressioni idiomatiche, il senso stesso della struttura sintattica fanno capire che la poetessa non gioca al dialetto. Non fa poesia vernacolare per ritagliarsi uno spazio altrimenti negato nel campo pi “vasto” della letteratura in lingua. Ci che ha da dire assume la forma naturale del bresciano, anche se di un bresciano particolare, di confine, si tratta. La sua terra gardesana collocata a pochi chilometri dalla terra mantovana e da quella veronese. Ed il Trentino gi s’intravede nei monti che s’affacciano sulle acque pochi chilometri pi a Nord.

Si sa che il dialetto parla per referenti oggettuali, nasce dai riferimenti concreti del vivere comune e quotidiano. E’ lingua di popolo, e del popolo rappresenta immediatezza, vivacit di espressione, nonch memoria storica. Per questo, la poesia di Velise Bonfante passa dagli oggetti per farsi poesia dell’anima.

Per tramite del respiro arioso e fresco della composizione popolare, dunque, fa emergere la raffinatezza delle minute osservazioni, dei sottili stati d’animo, che in modo inaspettato e originale superano i limiti iniziali astratti dei veicolo linguistico e in qualche modo ne confermano le potenzialit espressive e nel medesimo istante ne ampliano la portata.

Composizioni come “L’umbra”: “Ch me cate smper ma sghite a scap en serca de vergt po se g’ho nint en m. E vo ma me cor dr empertt el vver d per d e tt el perlendr…” segnalano che la poetessa sta compiendo un cammino per una propria parola poetica, affrancata da convenzionalit e speciosi sperimentalismi; densa invece di un magma emotivo che va trovando la propria estetica:

“L’ nt. Bat en bt. Sito sito sto bt el ridula, el saltla am zrb, el cor svlt, fil del scr, el rimbalza sicr sura i cop. Po el trarsa le strade el ghe fa slong i pass a ‘n qual tiratarde am ‘n gir. El smorsa finestre el cunsula fontane che pians el sospira coi c a la cadena. El strims , scundt tra le fje, co j-cc de ‘n gat ngher... “

Salutiamo in Velise Bonfante una poetessa della nostra terra.