vocabolando

 

oltre 18.000 parole e modi di dire dall’italiano al dialetto della sponda bresciana

del Lago di Garda e dintorni affinché restino nel tempo

 

 

Prefazione di Claudio Bedussi

 

      E pur vero che sono gli studiosi a dettare le regole linguistiche - e Dio li conservi in salute – ma è poi il popolo nel suo complesso reticolo comunicativo che usa e plasma la lingua. La rende un’esperienza viva facendola espressione quotidiana delle proprie istanze interiori e relazionali, adattandola di attimo in attimo alle urgenze comunicative ed emotive che erompono dal proprio esistere, riflettere ed agire. Non c’è variazione impossibile, metafora originale, modo di dire, immagine acuta, errore da segno blu che non possa instaurarsi nel corpo linguistico tramite l’invenzione prima e l’uso consolidato poi, che rende vera la parola e alla fine pure corretta. La lingua è quanto di più vivo circoli in una comunità di esseri viventi. Ma se ciò vale per una lingua, la nostra in particolare – con tutti i significati che questo termine comporta – a maggior ragione vale per i nostri dialetti, che dalla mobilità traggono l’essenza stessa del proprio esistere, arrivando sì a farsi contaminare dalla lingua nazionale, ma quanto più loro contaminandola, dando origine a spiccate lingue regionali, con morfologie e locuzioni tipiche: DOC e DOP, come i vini e i piatti delle nostre terre.

Cosa può essere mai la parola dialettale, la sua oralità che viene sentita come una seconda pelle, ben oltre, quindi, un semplice principio identitario, senza questa libertà e - diciamolo pure – piacere mentale, quasi fisico, di inventare e reinventarsi in continuazione. Un’espressione tributaria solo del sé esistenziale ed emotivo del momento e svincolata da un qualsivoglia corpus vincolante di regole e lacci formali è un godimento, anche estetico, senza pari.

Ma ciò che è delizia nel parlato è croce nella scrittura. Al momento di fissare in una struttura scritta le mille mutevolezze e le mille varianti locali e personali, così ben servite in superficie dalla parola orale, che respira col nostro respiro, ed è emozionale e viva, ci accorgiamo che il nostro prato libero è anche selva e ginepraio.

Molti materiali linguistici non vanno oltre la situazione espressiva che li ha generati. Altre rimangono localizzati, per un fenomeno di lock-in, nell’ambito della piccola comunità dove sono nati e sono incomprensibili “fuori”. Altri, diffondendosi sono diventati “mutanti”, come nel gioco del telefono, nel quale parte una parola e alla fine dei vari passaggi ne arriva un’altra. E’ allora che dobbiamo cominciare a lavorare sulle sudate carte con principi d’ordine.

Velise Bonfante l’ha fatto: con dedizione e passione, con umiltà e tenacia, con la pazienza proverbiale della donna e della ricercatrice che il dialetto ha nell’anima. E ora ci consegna questa sua fatica. Più che un vocabolario: un repertorio di oltre 18.500 lemmi, dall’italiano al dialetto della sponda bresciana del lago di Garda e retroterra. Parole e modi dire, sinonimi e contrari, giacché la ricchezza di questa opera non sta tanto negli aspetti specialistici, filologici e scientifici, quanto nella lunga e attenta raccolta delle espressioni dialettali che è divenuta messa abbondante, e pressoché unica, di termini e locuzioni dell’area gardesana.

Con piacere, accanto a scelte personali su questioni ancora aperte, ritroviamo in questo lavoro le basi per un’ortografia condivisa del nostro dialetto, tutta incentrata sulla semplificazione delle forme e dei segni, così che la muraglia che separa il mondo del dialetto parlato da quello scritto ha ora una crepa un più, e si è ridotta di altezza e spessore. Il lavoro è tanto più prezioso per la conservazione e il recupero del dialetto in quanto diventa un tassello in grado di riportare alla parola dei padri chi ormai parte, per resezione dalla propria storia, solo dal termine italiano, e penso ai giovani, smarriti in un presente senza radici e di fronte ad un futuro incerto e minaccioso.

Ma penso anche agli studiosi del campo, attuali e futuri, che potranno fruire dell’immenso materiale di queste formichine locali della ricerca – se ne possono scorrere altri nomi in bibliografia - per approfondire il loro lavoro di specialisti. Il mondo corre veloce, troppo veloce; l’evoluzione dei tempi è stata così rapida da aver provocato numerosi e massicci shock culturali tra generazioni e all’interno della stessa generazione. In meno di una sola esistenza si è estinta un’intera epoca, un intero mondo, per secoli intatto, con le sue gioie e i suoi stridor di denti. Storici e Università, altri con il necessario “pedigree” se ne occupano e se ne occuperanno.

       Intanto, ben rappresentati da Velise Bonfante, alcuni figli di quel mondo estinto, arcaico e preindustriale prima, moderno e industriale poi, postmoderno e postindustriale ora, entrati nel secolo dell’istruzione di massa e della comunicazione globale, con i nuovi strumenti culturali assimilati e i recenti grandi mezzi di elaborazione alla mano – ordinateurs, dicono i  francesi –  tornano a riflettere sui sentieri della loro storia e riportano alla luce con le parole dei padri,  alcune pietre fondative della nostra anima.

  • lettera A
  • B